Nel suo quarantennale di carriera pittorica, Gabriella Lupinacci espone le sue opere per “Momenti d’Arte”

A Palermo, grande città d’Arte, unica nelle sue testimonianze storico-artistiche e oggi Capitale italiana della Cultura, sito Unesco per l’itinerario arabo-normanno e fulcro di una spiccata vocazione all’accoglienza e all’integrazione multietnica, incontriamo a Palazzo Sant’Elia, la pittrice Gabriella Lupinacci che quest’anno festeggia i suoi 40 anni di attività pittorica, nella splendida cornice di “Momenti d’Arte, a cura di Anna Maria Ruta – settimana delle culture”,.
Con lei, tre opere su tela che manifestano il suo sentire profondo. Una pittura insolita, originale, con tecnica esclusiva  e di forte impatto materico che emoziona per la sua aderenza alla contemporaneità dei nostri giorni, mai univoca e per questo di interesse condiviso.

Sono orgogliosa di esporre le mie opere per la Settimana delle Culture che da anni si spende per favorire gli eventi e le proposte progettuali di artisti che credono in ciò che fanno e dedicano la loro vita allo studio, alla ricerca, al superamento di se stessi e alla promozione delle loro performance” ci spiega Gabriella Lupinacci, accompagnandoci fiera nella comprensione delle sue opere, che apparentemente ricordano alcune avanguardie dei primi del ‘900, ma sanno andare oltre, attraverso l’utilizzo di materiali moderni, compositi, unici e molto personalizzati, con contenuti a tratti inquietanti nei quali cerchiamo di decifrare il misterioso messaggio.
Il primo globale impatto visivo su queste opere è una sorta di caos perso dentro tanto colore. Ma entrando nella pittura, comprendiamo che il caos è tutto umano, con frammenti di vita sperduti tra linee e curve. E’ il caos del vivere, appunto, dove ci si interroga e si riflette su tematiche della storia attuale: migrazioni, moltitudini, solitudini, business, guerre, speculazioni e sogni. Il contrasto tra sagome, teste, corpi, sguardi impauriti e tonalità accese dei colori puri e poco sfumati, riesce a trasmettere emozioni forti e palpabili. Si scatena una tensione artistica che ci proietta fuori dal tempo reale. La pittrice, attraverso l’osservazione delle sue “sagome”, come ama definirle lei, ci guida dentro ad un viaggio quasi dantesco fra migranti, discriminati e generazioni in solitudine. Un mondo ricco di risorse nel quale viviamo purtroppo ingabbiati fra la ricerca di un’illusione e il predominio di una realtà cinica e spenta, in una sorta di viaggio tra il mondo esterno e quello interno del sentire, racchiuso dentro di noi come in una zona di confine, dove poter osservare il nostro vivere, a volte troppo caotico e poco umano.

Se  ci guardiamo intorno, ci rendiamo conto che ormai siamo tutti migranti. Mentre qualcuno parte in cerca di un futuro migliore, qualcun altro scappa da se stesso, fugge da una violenza domestica, da un ospedale freddo e asettico. Ci accomuna lo stesso destino, lo stesso peregrinare, la stessa ricerca, disperazione e illusione di raggiungere una terra accogliente, una qualunque casa senza guerre, conflitti e piani strategici di potere. Un porto sicuro. Un lavoro per tutti. Un futuro sereno per mettere al mondo e far crescere i nostri figli, per invecchiare in tranquillità. Tutti in cerca di normalità” aggiunge la pittrice, mentre osserviamo nei suoi quadri il colore che si fonde con la forma: sinuose curvature s’incontrano con cerchi, linee inclinate e poi rette, riquadrature che rimandano all’idea di un processo di confezionamento, di scatole dentro alle quali senza accorgercene restiamo incastrati.
E Moltitudini in packaging è infatti il titolo della sua prima tela. Fiumi di persone rimaste ingabbiate dentro ad un sistema folle. Dentro ad un contenitore. Un inscatolamento studiato a tavolino, dove mezzi di informazione ci bombardano di notizie agghiaccianti, di tragedie che si consumano nelle case vicine e nelle nazioni lontane. Dove immagini di corpi di bambini martorizzati, donne abusate e padri uccisi dalla disperazione, sembrano passarci davanti senza neanche farci più vibrare l’anima.
Un’ immagine condivisibile che trova risposta anche nella seconda opera firmata dall’artista E se non fosse come sembra? dove è forte l’idea dell’illusione, matrice portante di questa esistenza. Perché l’illusione è un sentimento che in fondo ci fa compagnia. Non inganniamo forse noi stessi  quando pensiamo che essere connessi con gli amici, con la rete e con il mondo, significhi esserci davvero? Ci imbrogliamo da soli, inchiodati nella solitudine del nostro smartphone, che ormai ci conosce meglio del nostro partner, in una babele di monologhi impersonali di massa. L’illusione fa parte di ognuno di noi e quando è condivisa dalle moltitudini, diventa ancora più pericolosa.
E’ l’illusione dei profughi in fuga. Di quelli che una casa non l’avranno mai più. L’illusione di quelli che camminano con lo sguardo calato. Di quelli che hanno perso tutto e il loro sguardo è nel vuoto, nonostante l’ indistruttibile dignità.
E nel frattempo dall’altra parte, un altro sguardo. Una sagoma scura. Assente. Quasi impalpabile. Un potere dall’alto che con la mobilità nevrotica delle cattive coscienze, scivola via dietro la slide del suo ultimo Business plan. Questo il titolo dell’ultima opera esposta da Gabriella Lupinacci.

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