Un romanzo per non dimenticare: "Cuore di munnizza", di Vincenzo Marretta

IL ROMANZO

Nell’epoca dei romanzi tutti uguali – più simili alle Serie Tv che ad opere di letteratura -, l’esordio narrativo di Vincenzo Marretta con questo Cuore di munnizza (efficacissimo titolo di conradiana memoria), si fa notare per originalità di stile e concretezza di contenuto.

Il romanzo racconta, come in una sorta di diario a più voci, l’estate palermitana del 1992, quei cinquantasette giorni che separarono la strage di Capaci da quella di via D’Amelio. E lo fa con lucida determinazione, senza indulgere nel pathos, bensì entrando come lama nella carne viva di una tragedia che, rivissuta attraverso le pagine del libro, ci raggela ancora oggi.

In Cuore di munnizza c’è la Storia con la maiuscola – nonché la cronistoria di quei giorni terribili – e c’è la storia con la minuscola, la vita quotidiana di una città martoriata da eventi sconvolgenti.

I suoi personaggi, siano essi frutto d’invenzione – il liceale alla vigilia degli Esami di maturità, che vive in prima persona gli accadimenti, e s’interroga e si crocifigge per l’apatia di chi gli sta attorno – o siano i protagonisti storici di quei giorni – politici, ministri, magistrati con, in primis, Paolo Borsellino, seguito dall’Autore, passo dopo passo, nel destino di morte che lo attende (e anche noi, perciò, seguiamo con angoscia la sua lenta, consapevole, agonia di uomo solo, e non di eroe romantico) – sono tutti maschere di questa recita che vede da una parte le vittime (pochi) e dall’altra i carnefici (quasi tutti, anche, o soprattutto, gli ignavi).

C’è la mafia agli albori degli anni Novanta, al centro della narrazione, il potere mafioso che mostra il suo volto più terrificante, quello dei legami con pezzi dello Stato, ma ci sono anche le tensioni, i drammi, i piccoli risvolti della vita quotidiana, quelli che la Storia non racconterà mai.

Ne nasce una sinfonia di dolore e rabbia; una polifonia di voci discordanti – da un lato, l’omertà, l’ipocrisia, la complicità; dall’altro, il senso del dovere, la partecipazione, la sete di giustizia -; un coacervo che fa di Cuore di munnizza un romanzo vero – di più, un romanzo necessario.

Nel tempo dei non lettori, o, meglio, dei lettori che non pretendono nulla dai romanzi, se non evasione e distrazione, il libro di Marretta, lungi dall’avere un tono cattedratico (anzi, al contrario, maieutico), riporta la narrativa sulla rotta maestra, quella del realismo, non naturalistico, ma, piuttosto, illuministico (alla Sciascia, per intenderci), quella di una letteratura che guarda alla vita ed all’uomo, alle idee ed ai bisogni, al senso civico e a quelli che Vittorini chiamava “altri doveri”.

I giovani sarebbero dunque il pubblico ideale per tali libri, che scuotono le coscienze e ridanno alla memoria, proprio nella nostra buia epoca di smemoratezze e revisionismi, il ruolo di uno scrigno insostituibile e prezioso, perché conserva ciò che non deve mai perdersi.

Francesco Scrima